Vito e l'Arma
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Prima versione 2005

Aggiornato al 22 maggio 2012 

 

La vita

 

Nato a Benevento il  04 Dicembre 1929

Ucciso a Palermo il 10Settembre 1981

 Sede di servizio  Palermo

Originario della Campania, si è arruolato nell’Arma dei Carabinieri nel 1948 all’età di 19 anni. Dopo circa un decennio di servizio nelle regioni del Nord Italia, ha scelto di trasferirsi a Palermo con l’intento esplicito di impegnarsi nella lotta contro la criminalità mafiosa.

Ha lavorato presso la Stazione dei Carabinieri “Duomo” e ha comandato per un breve periodo la Stazione “Falde”, che sorgeva nel territorio dell’attuale quartiere “Monte Pellegrino”. Qui è stata costruita una nuova Caserma, sede di Stazione dei Carabinieri, che gli è stata intestata nel 2002.

Intorno alla fine degli anni ’60 è stato trasferito alla Caserma “Carini”, in Piazza G. Verdi, dove ha prestato servizio fino al giorno della sua morte.

Sposato e padre di Lucia, è ricordato dai parenti e dai colleghi più vicini per la sua capacità di conciliare la qualità di rapporti familiari con il peso ed i vincoli delle responsabilità professionali.

 Attività svolta e/o carica ricoperta

Con il grado di Maresciallo Maggiore, ha coordinato le attività del reparto “Delitti contro il patrimonio” del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale dei Carabinieri di Palermo (Caserma “Carini”).

In cosa consisteva il suo lavoro?

Molto conosciuto negli ambienti della criminalità mafiosa di quegli anni, si distingueva per la sua fine ed acuta sensibilità psicologica che, coniugata alla perizia investigativa, gli permetteva di penetrare a fondo nel territorio, giungendo a comprendere e ad intuire anticipatamente la pericolosità e la forza dirompente dell’organizzazione mafiosa, a quell’epoca non ancora ben delineata nella sua composizione e struttura.

Queste caratteristiche gli sono valse, da parte della stampa, appellativi come “segugio temuto dai boss” e “specialista in casi difficili”.

La causa della sua morte va ricercata in una indagine, svolta nel 1980 e conclusasi con un “esplosivo” rapporto dal titolo “Savoca più quarantaquattro”, all’interno del quale venivano individuate le gravi responsabilità e i loschi affari di personaggi di spicco della mafia dell’epoca, tra cui la famiglia Spataro.

Il principale settore incriminato era quello del contrabbando delle sigarette, che cominciava a legarsi al traffico delle sostanze stupefacenti.

La gravità della scoperta fatta e i danni, che essa avrebbe provocato agli affari malavitosi, furono tali da mobilitare, il 10 Settembre del 1981 in Piazza Principe di Camporeale, uno staff di tutto prestigio della mafia dell’epoca, composto da una decina di uomini, tra i cui nomi spiccavano quelli illustri di Pino Greco (soprannominato “Scarpuzzedda”), di Salvatore Cangemi e di Salvatore Cucuzza.

Proprio questi ultimi due, vestito poi il ruolo di collaboratori di giustizia, hanno consentito di ricostruire i fatti criminali all’interno del processo, che si è aperto il 5 Aprile del 2002 e che si è concluso nel Giugno 2003 con la condanna all’ergastolo, in primo grado, del principale inquisito, Tommaso Spataro.

 Perché lo ricordiamo?

Al di là dell’indiscusso valore di esempio morale e civile incarnato da quest’uomo, riteniamo doveroso ricordarlo perché è stato il solitario e fino ad oggi misconosciuto anticipatore di una strategia di lotta contro la criminalità mafiosa, che si è perfezionata soltanto negli anni successivi, con l’apporto di altrettanto valorosi magistrati e rappresentanti delle forze dell’ordine.

Va menzionato soprattutto per aver lavorato in un clima di isolamento e di sostanziale incomprensione, in un momento storico in cui la mafia non era neppure riconosciuta come organizzazione criminosa e in cui non esistevano ancora gli strumenti legislativi e giudiziari (la legislazione antimafia, appunto), che consentiranno negli anni a venire di infliggere dure sconfitte a “cosa nostra”.

 Fonte

Arma dei Carabinieri e prof.ssa Lucia Ievolella, figlia del Maresciallo e presidente della associazione “Vito Ievolella”.

 

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